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25
nov
11

La Notte Celtica alla Novearti

Il Giornale di Vicenza – 25 novembre 2011 – pagina 55

Alla libreria Novearti di piazza Biade a Vicenza Francesca Sarah Toich presenterà oggi alle 19 il suo secondo romanzo La Notte Celtica. Il potere dei Druidi contro le legioni del buio (Edizioni Miele), sequel dell’opera d’esordio L´ombra. Avventura filosofica tra i fantasmi di Venezia, recentemente pubblicato anche in e-book e di cui uscirà la ristampa cartacea nel 2012. Alla presentazione parteciperà l’artista arzignanese Francesca “Dafne” Vignaga che ha illustrato la copertina del libro e di cui sono in esposizione nella libreria alcune opere. Successive presentazioni del libro martedì 13 dicembre alle 20.30 alla biblioteca di Caldogno e venerdì 16 dicembre alle 18 all’hotel Trettenero di Recoaro Terme.
Protagonista de La Notte Celtica è Leonardo, ragazzino veneziano che ha il dono di vedere i fantasmi. Dopo aver combattuto ne L’Ombra contro spettri e creature oniriche nelle calli, nei palazzi storici veneziani e nel mondo oscuro delle isole d’ombra sotto la laguna fino alla Terra Tomba regno della Mente Nera, ora è chiamato ad una nuova difficile impresa in Irlanda.
Dalle calli di Venezia alle misteriose foreste irlandesi, Leonardo combatte con l’aiuto di Lora e la guida del Filosofo contro le legioni del Male in una nuova avventura per ragazzi e adulti popolata da fantasmi dandy, druidi con magici poteri, coraggiosi guerrieri celti e vichinghi, fate, folletti e orde di mostri terribili fino allo scontro finale.
Francesca Sarah Toich è nata a Vicenza nel 1980, è autrice di racconti e testi teatrali, attrice e insegnante di teatro. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo romanzo “L’Ombra – Avventura filosofica tra i fantasmi di Venezia” per Edizioni Miele di cui “La Notte Celtica” è il seguito. Nel 2009 ha vinto il primo premio nel concorso internazionale di scrittura per lo spettacolo Premio Goldoni Opera Prima con la tragedia intitolata Diotallevi.
Nel 2005 e nel 2008 ad honorem ha vinto a Ravenna il Lauro Dantesco per la migliore giovane interprete della Divina Commedia in Italia. É fondatrice e presidente dell’associazione culturale Ubik Teatro a Venezia e Vicenza .

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29
ott
11

Xena Zupanic

Nuovo articolo di Francesca Sarah Toich per il sito di informazione online 5W dedicato a Xena Zupanic. (clicca qui) per leggere l’articolo sul sito cinquew.it

Xena, una Sacra rappresentazione. Ciò che sconvolge in Xena Zupanic è la sua purezza sconfinata, quasi intatta, folgorante sul palcoscenico come nella vita; pare infatti non esserci per lei distinzione tra pubblico e privato dato che Chiambretti girò parte delle puntate di Markette proprio in “casa Xena”. Parliamo della sua casa: un’opera d’arte, wunderkammer di testi esoterici e abiti sacri mescolati a qualsivoglia oggetto mistico.
Xena: attrice, regista, performer, ha attraversato la storia dello spettacolo italiano. Come lei stessa martirizza: “Il tremendo Carmelo Bene vedeva l’incarnazione della Beatrice dantesca in me. Beatrice non era una slavata, dolciastra, preraffaelitica ombra femminile, ma valchiria germanica, guida potente dei mondi oltremondani nella sua visione impegnativa. Bramava di realizzare una Divina Commedia, dove Beatrice guidava con passo da guerriera tra le tenebre cupe la luce accecante ad un Dante timoroso. La guerriera sul carro solare parmenideo, l’inarrestabile calamita salvifica per quelli che cercano. L’idea non fu realizzata perché ormai a nessuno importava scendere negli inferi e alzarsi in paradiso.”
Musa di molti artisti, inarrestabile macchina performativa, Xena vede nel teatro qualcosa di simile al vero rituale, o meglio, a ciò che fu il vero teatro. Osservarla all’opera, sconcerta: non recita. Il suo corpo si fonde nello spazio catturando i presenti e gli assenti, portandoli quasi verso un’esperienza mistica.
Non a caso il museo Madre di Napoli ha realizzato recentemente un’importante opera di videoarte grazie a lei. Mystica, questo il titolo del lavoro, consisteva nella chiusura totale dell’artista in una chiesa sconsacrata di Napoli, senza cibo, senza nessuno che non fosse creato dalle sue allucinazioni, per 153 ore (tempo mistico). Ne risulta un video-spettacolo assolutamente slegato dal teatro contemporaneo. L’interprete Xena rivive infatti l’estasi. Non la riproduce, ma, esperendola, la dona agli spettatori.
La sua bellezza ricorda il corpo androgino, perfetto dell’essere primordiale, qualità che fu notata e utilizzata da diversi registi. Può infatti scatenare idee all’infinito, come lei stessa ci racconta: “Il controverso e uno dei più originali cineasti italiani Marco Ferreri, vedendo la copertina dell’Europeo dove baluginava il mio torso nudo mi chiamò per parlarmi del suo progetto: il film su Atlantide, il continente perduto, dove la ricchezza e conoscenza hanno naufragato insieme con gli abitanti inermi. L’Atlantide come un miraggio concreto, una utopia realistica, un sogno veritiero…”
In effetti, vedendo uno spettacolo di Xena si cade in un sogno, da molti definito incubo.
Difatti, la sua celebrità consiste anche nel suo comportamento infero. Perciò ho voluto chiederle: “Sei famosa per il tuo rapporto con l’Oscuro. Come fai a vederci laggiù?
“E’ proprio l’Oscuro quello che mi cura fornendomi l’acuta vista per non scivolare laggiù. Mentre nella luce del giorno la maggior parte della gente sculetta intimamente convinta di vivere avvolta in una luce progressiva e inarrestabile, io mi sfamo con la tintura nera dell’Oscurità. A volte sono una piovra gigantesca dagli abissi marini, a volte il ratto della fogna metropolitana con gli occhi purpurei che tagliano la tenebrosità. A volte anche l’aquila solare che vola verso l’astro nascente, conscia che l’Oscuro è la tenebra divina, l’eccesso della luce insopportabile. L’Oscuro cura la corruttibilità dell’essere una volta penetrato e riconosciuto. Salda nell’oscurità non scado, non diventando l’oggetto non mi metto in saldo.”
Parlare con Xena ricorda agli artisti la loro origine tellurica, ctonia. Oggi spaventa, dialogare sulla morte, sul nero… ma gli antichi popoli ne facevano elemento performativo.
Xena è bellissima, talmente bella che deve disintegrarsi come un quadro di Bacon, ogni giorno. E’ stata un’ambita modella ma da sempre preferì il teatro: “Moda è lo zerbino zebrato dove il Re-teatro appoggia il suo prezioso fango, portato da mondi immaginabili. Il Re-teatro mi ha forgiata in modo da distruggere tutte le mode del mio Io.”
Sono parole di origine balcanica, terra madre dell’artista, paese fieramente gremito di geni sregolati. La concezione di Xena nei confronti del teatro segna inequivocabilmente ogni suo lavoro: “Il teatro tratta dei defunti e quelli in procinto di morire. Nella sua struttura è una arte necrofila volta a riconoscere i trapassati, gli eroi e i meschini che ardono morire. Frequentare il teatro vuol dire trovarsi al cimitero quotidianamente, scrivere degli epitaffi assiduamente. Il mio posto sulla lapide: “Resusciti per morire”, indica la mia ferma convinzione che il teatro è eterno come l’uomo, come l’umano che ci circonda, è il sogno dei morti che una volta resuscitati non vedono l’ora di morire di nuovo.”
C’è da considerare il “memento mori” dell’artista come una riflessione tutt’altro che cupa. La morte pervade il suo istinto creativo, allo stesso modo del sacro e della pazzia. Proprio riguardo alla follia, l’attrice vorrebbe farne un film: “Il film sulla Sacra Pazzia che attraversa i punti nevralgici del mio corpo. Convinta che solo “pazzia” possiede la purezza salvifica mi consolo attentamente seguendo i motti più impercettibili che guizzano dentro la mia Oscurità feconda…”
E’ molto divertente stare in compagnia di Xena, estremamente colta e dolce: si ha la sensazione di avere a che fare con una creatura non del tutto umana. C’è chi l’ha chiamata donna-vampiro, chi musa, chi demone. Vederla lavorare ricorda inoltre la vecchia scuola teatrale fatta di concentrazione e totale abbandono all’essere sulla scena.
Senza finzioni, senza esitazioni. Sì, Xena fa paura, ma solamente perché risulta incredibile la sua totale estasi e immersione in ciò che sta esperendo, qualsiasi sia il ruolo assegnatole. Una vita dedicata interamente alla scena e all’arte, costellata di incontri straordinari e di duro lavoro quotidiano.
Interessantissimo il rapporto con la figlia, Persefone Zubcic, fotografa di grande talento che ha più volte usato la madre come soggetto, anche nella sua ultima mostra dal titolo C/Orpo.
Il loro rapporto si snoda in una sinergia creativa e simbolica ben definita da Xena con queste parole: “Persefone. La seguo mentre si trova dietro le mie spalle. Lei guarda il mio operato che una volta seminato diventa un esteso campo minato pieno d’insidie. Come nel sonno dei morti lei si muove in continuazione lungo i perimetri del campo minato evitando le trappole materne. La immagino gigante che una volta uscita dal campo mi porta sulle sue spalle, porta me, nana. Così incamminate penetriamo l’orizzonte immediato davanti a noi.”
Dovremmo essere fieri di avere con noi in Italia un’artista così poliedrica e geniale quale è Xena.
E’ come dare asilo ad un essere mitologico, scappato da chissà quale mondo, per venire nel nostro a portare l’arte, attraverso le tenebre.
Pensandola, non posso evitare di ricollegarla al famoso motto alchimista: “Obscurum per obscurius, ignotum per ignotius (Andare verso l’oscuro e verso l’ ignoto attraverso ciò che è ancora più oscuro e più ignoto)” ed essere terribilmente tentata di seguirla…

04
ott
11

Intervista a Francesca Sarah Toich su Il Giornale di Vicenza

Intervista a Francesca Sarah Toich nell’inserto culturale “Tam Tam” de Il Giornale di Vicenza del 4 ottobre 2011 a pagina XIII

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qui sotto il testo dell’intervista

Un’artista di talento e fantasia fra Dante e nuove tecnologie

di Filippo Bordignon

Vicentina in bilico tra Belfast e Venezia, Francesca Sarah Toich è autrice di testi e racconti teatrali, attrice e insegnante di teatro. Considerata a livello internazionale tra i più capaci interpreti dell’opera di Dante Alighieri (nel 2005 le viene conferito il Lauro Dantesco come miglior giovane voce interprete della Divina Commedia, premio triennale riconfermatole nel 2008) ella ha già alle sue spalle la fondazione dell’associazione culturale Ubik Teatro con sede a Venezia, città dove ha insegnato Commedia dell’Arte per diversi anni a studenti e attori professionisti italiani e stranieri. In aggiunta a ciò, nel 2010, ha debuttato in veste di romanziere col titolo ‘L’ombra’ per Edizioni Mieli. Inutile sottolineare la curiosità con la quale ci approcciamo a intervistarla, intenzionati ad approfondirne la conoscenza.
Come artista, cosa esige da se stessa?
Sono sempre più vicina alla tecnologia come forma di rappresentazione del bello, del meraviglioso. Mettere a servizio la propria attorialità dentro a schemi tecnologici ha dato risultati che mi hanno davvero sorpreso a partire dal mio recente lavoro con la video arte, la collaborazione al progetto di Andrea Santini ‘Oscilla’ dove non parlo nemmeno ma muovo oggetti che producono frequenze sonore invitando poi gli spettatori a partecipare attivamente all’opera. Insomma, sono passata dal teatro classico e misticamente rigido a una nuova mentalità: video, applicazioni, modulatori, sensori applicati che muovono la propria ombra e voce in scena; è una nuova frontiera dove arte e scienza ritornano ad andare a braccetto, come accadde nel meraviglioso teatro barocco basato specialmente sulle trovate tecnologiche di macchinisti e scenografi. Persino le mie classiche letture sceniche stanno cambiando modalità: ora sto lavorando per realizzare un’edizione della Divina Commedia per iPad e iPhone che dovrebbe uscire nei prossimi mesi.
Quali sono le principali differenze che affronta approcciandosi alla scrittura di un testo teatrale piuttosto che di un romanzo?
Non moltissime. Il teatro mi ha insegnato a evitare lungaggini nella scrittura e anche la freschezza nei dialoghi. Il lavoro dell’attore implica la capacità di capire se la propria performance sta funzionando oppure no. Carmelo Bene ha molto insistito sulla ‘scrittura scenica’ e penso che sia un ottimo modo per poi approdare all’elaborazione di un romanzo.
Quali sono oggi le principali difficoltà che un artista si trova ad affrontare nella sua vita professionale?
La situazione è aberrante per la ricerca: niente fondi, politici che sproloquiano blaterando frasi come “Con la cultura non si mangia”… dimentichiamocene e torniamo all’Italia bella, pensando e riflettendo sui miracoli che hanno compiuto artisti, scienziati, scrittori e musicisti. La difficoltà è mestiere. Certo, se lo spettatore fosse più esigente, spegnerebbe la tv. A teatro, di fronte a monologhi di attori incapaci che narrano tristezze, fischierebbe, se ne andrebbe o, almeno, protesterebbe. In Italia ci sono grandi menti, costrette a vivere nascoste e selettive, per non intorpidire il proprio talento.
Cosa le ha insegnato di se stessa il teatro?
Se affrontato seriamente, è una ‘piattaforma umana’, un modo diverso anche di stare a contatto con gli altri. Il teatro dei primi anni infatti per me consisteva nel vivere per più di otto ore al giorno, in perenne contatto con attori e maestri. È come stare in barca: la capacità di odio e amore viene acuita dalla convivenza forzata.
Unitamente a impostazione e dizione, cosa tiene bene a mente quanto interpreta la Divina Commedia?
Si devono distinguere due fasi: preparazione e performance. Contrariamente al concetto di improvvisazione, che ho praticato grazie alla Commedia dell’Arte per molti anni in scena, quando leggo un testo mi preparo con meticolosità quasi ossessiva, come se dovessi scrivere uno sparito su delle parole. In effetti molti musicisti componevano sul lavoro del librettista, è una tecnica che mi piace. Suonando la voce, pare sia il modo migliore per affrontare il testo.
E poi, registratore sempre accanto, per impallidire ascoltando le prime prove e migliorare registrando, registrando, registrando. Infine, al leggio, con il pubblico, eseguo lo spartito che ho studiato, come un musicista. Dante per me, fino a ora, è il miglior ‘librettista’ sul quale lavorare.

13
set
11

Lectura Dantis di Francesca Sarah Toich al Settembre Dantesco di Ravenna questa sera e venerdì 16

Il Giornale di Vicenza, 13 settembre 2011, pagina 49

Sarah Toich recita Dante a Ravenna

RAVENNA
Al Settembre Dantesco di Ravenna doppio appuntamento con la Lectura Dantis di Francesca Sarah Toich. L’attrice vicentina, già vincitrice nel 2005 e 2008 del Lauro Dantesco assegnato al miglior giovane interprete della Divina Commedia, per due serate – oggi e venerdì 16 – leggerà i versi del Sommo Poeta nella basilica di San Francesco dove si trova la tomba di Dante Alighieri durante il mese di eventi che ogni anno la città di Ravenna dedica a Dante.
Questa sera alle 21 – in occasione del 690° anniversario della morte di Dante, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 a Ravenna -, Francesca Sarah Toich leggerà il canto XXXIII del Paradiso durante la serata “Dantis Poetae Transitus” intitolata “L’effige dell’uomo nella luce di Dio”. Commento del teologo Piero Coda. Musiche eseguite dal Bozen Brass Quintet.
Venerdì 16 con inizio sempre alle 21, per la XVII edizione de La Divina Commedia nel Mondo, Francesca Sarah Toich leggerà il canto VII dell’Inferno; durante la serata sarà proposta la traduzione del VII canto dell’Inferno in latino nella versione di Giovanni Bertoldi da Serravalle del 1416.




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