
Nuovo articolo di Francesca Sarah Toich per il sito di informazione online 5W dedicato a Xena Zupanic. (clicca qui) per leggere l’articolo sul sito cinquew.it
Xena, una Sacra rappresentazione. Ciò che sconvolge in Xena Zupanic è la sua purezza sconfinata, quasi intatta, folgorante sul palcoscenico come nella vita; pare infatti non esserci per lei distinzione tra pubblico e privato dato che Chiambretti girò parte delle puntate di Markette proprio in “casa Xena”. Parliamo della sua casa: un’opera d’arte, wunderkammer di testi esoterici e abiti sacri mescolati a qualsivoglia oggetto mistico.
Xena: attrice, regista, performer, ha attraversato la storia dello spettacolo italiano. Come lei stessa martirizza: “Il tremendo Carmelo Bene vedeva l’incarnazione della Beatrice dantesca in me. Beatrice non era una slavata, dolciastra, preraffaelitica ombra femminile, ma valchiria germanica, guida potente dei mondi oltremondani nella sua visione impegnativa. Bramava di realizzare una Divina Commedia, dove Beatrice guidava con passo da guerriera tra le tenebre cupe la luce accecante ad un Dante timoroso. La guerriera sul carro solare parmenideo, l’inarrestabile calamita salvifica per quelli che cercano. L’idea non fu realizzata perché ormai a nessuno importava scendere negli inferi e alzarsi in paradiso.”
Musa di molti artisti, inarrestabile macchina performativa, Xena vede nel teatro qualcosa di simile al vero rituale, o meglio, a ciò che fu il vero teatro. Osservarla all’opera, sconcerta: non recita. Il suo corpo si fonde nello spazio catturando i presenti e gli assenti, portandoli quasi verso un’esperienza mistica.
Non a caso il museo Madre di Napoli ha realizzato recentemente un’importante opera di videoarte grazie a lei. Mystica, questo il titolo del lavoro, consisteva nella chiusura totale dell’artista in una chiesa sconsacrata di Napoli, senza cibo, senza nessuno che non fosse creato dalle sue allucinazioni, per 153 ore (tempo mistico). Ne risulta un video-spettacolo assolutamente slegato dal teatro contemporaneo. L’interprete Xena rivive infatti l’estasi. Non la riproduce, ma, esperendola, la dona agli spettatori.
La sua bellezza ricorda il corpo androgino, perfetto dell’essere primordiale, qualità che fu notata e utilizzata da diversi registi. Può infatti scatenare idee all’infinito, come lei stessa ci racconta: “Il controverso e uno dei più originali cineasti italiani Marco Ferreri, vedendo la copertina dell’Europeo dove baluginava il mio torso nudo mi chiamò per parlarmi del suo progetto: il film su Atlantide, il continente perduto, dove la ricchezza e conoscenza hanno naufragato insieme con gli abitanti inermi. L’Atlantide come un miraggio concreto, una utopia realistica, un sogno veritiero…”
In effetti, vedendo uno spettacolo di Xena si cade in un sogno, da molti definito incubo.
Difatti, la sua celebrità consiste anche nel suo comportamento infero. Perciò ho voluto chiederle: “Sei famosa per il tuo rapporto con l’Oscuro. Come fai a vederci laggiù?
“E’ proprio l’Oscuro quello che mi cura fornendomi l’acuta vista per non scivolare laggiù. Mentre nella luce del giorno la maggior parte della gente sculetta intimamente convinta di vivere avvolta in una luce progressiva e inarrestabile, io mi sfamo con la tintura nera dell’Oscurità. A volte sono una piovra gigantesca dagli abissi marini, a volte il ratto della fogna metropolitana con gli occhi purpurei che tagliano la tenebrosità. A volte anche l’aquila solare che vola verso l’astro nascente, conscia che l’Oscuro è la tenebra divina, l’eccesso della luce insopportabile. L’Oscuro cura la corruttibilità dell’essere una volta penetrato e riconosciuto. Salda nell’oscurità non scado, non diventando l’oggetto non mi metto in saldo.”
Parlare con Xena ricorda agli artisti la loro origine tellurica, ctonia. Oggi spaventa, dialogare sulla morte, sul nero… ma gli antichi popoli ne facevano elemento performativo.
Xena è bellissima, talmente bella che deve disintegrarsi come un quadro di Bacon, ogni giorno. E’ stata un’ambita modella ma da sempre preferì il teatro: “Moda è lo zerbino zebrato dove il Re-teatro appoggia il suo prezioso fango, portato da mondi immaginabili. Il Re-teatro mi ha forgiata in modo da distruggere tutte le mode del mio Io.”
Sono parole di origine balcanica, terra madre dell’artista, paese fieramente gremito di geni sregolati. La concezione di Xena nei confronti del teatro segna inequivocabilmente ogni suo lavoro: “Il teatro tratta dei defunti e quelli in procinto di morire. Nella sua struttura è una arte necrofila volta a riconoscere i trapassati, gli eroi e i meschini che ardono morire. Frequentare il teatro vuol dire trovarsi al cimitero quotidianamente, scrivere degli epitaffi assiduamente. Il mio posto sulla lapide: “Resusciti per morire”, indica la mia ferma convinzione che il teatro è eterno come l’uomo, come l’umano che ci circonda, è il sogno dei morti che una volta resuscitati non vedono l’ora di morire di nuovo.”
C’è da considerare il “memento mori” dell’artista come una riflessione tutt’altro che cupa. La morte pervade il suo istinto creativo, allo stesso modo del sacro e della pazzia. Proprio riguardo alla follia, l’attrice vorrebbe farne un film: “Il film sulla Sacra Pazzia che attraversa i punti nevralgici del mio corpo. Convinta che solo “pazzia” possiede la purezza salvifica mi consolo attentamente seguendo i motti più impercettibili che guizzano dentro la mia Oscurità feconda…”
E’ molto divertente stare in compagnia di Xena, estremamente colta e dolce: si ha la sensazione di avere a che fare con una creatura non del tutto umana. C’è chi l’ha chiamata donna-vampiro, chi musa, chi demone. Vederla lavorare ricorda inoltre la vecchia scuola teatrale fatta di concentrazione e totale abbandono all’essere sulla scena.
Senza finzioni, senza esitazioni. Sì, Xena fa paura, ma solamente perché risulta incredibile la sua totale estasi e immersione in ciò che sta esperendo, qualsiasi sia il ruolo assegnatole. Una vita dedicata interamente alla scena e all’arte, costellata di incontri straordinari e di duro lavoro quotidiano.
Interessantissimo il rapporto con la figlia, Persefone Zubcic, fotografa di grande talento che ha più volte usato la madre come soggetto, anche nella sua ultima mostra dal titolo C/Orpo.
Il loro rapporto si snoda in una sinergia creativa e simbolica ben definita da Xena con queste parole: “Persefone. La seguo mentre si trova dietro le mie spalle. Lei guarda il mio operato che una volta seminato diventa un esteso campo minato pieno d’insidie. Come nel sonno dei morti lei si muove in continuazione lungo i perimetri del campo minato evitando le trappole materne. La immagino gigante che una volta uscita dal campo mi porta sulle sue spalle, porta me, nana. Così incamminate penetriamo l’orizzonte immediato davanti a noi.”
Dovremmo essere fieri di avere con noi in Italia un’artista così poliedrica e geniale quale è Xena.
E’ come dare asilo ad un essere mitologico, scappato da chissà quale mondo, per venire nel nostro a portare l’arte, attraverso le tenebre.
Pensandola, non posso evitare di ricollegarla al famoso motto alchimista: “Obscurum per obscurius, ignotum per ignotius (Andare verso l’oscuro e verso l’ ignoto attraverso ciò che è ancora più oscuro e più ignoto)” ed essere terribilmente tentata di seguirla…