Post contrassegnati da tag ‘ipad

04
ott
11

Intervista a Francesca Sarah Toich su Il Giornale di Vicenza

Intervista a Francesca Sarah Toich nell’inserto culturale “Tam Tam” de Il Giornale di Vicenza del 4 ottobre 2011 a pagina XIII

(clicca qui) per vedere la pagina in formato pdf

qui sotto il testo dell’intervista

Un’artista di talento e fantasia fra Dante e nuove tecnologie

di Filippo Bordignon

Vicentina in bilico tra Belfast e Venezia, Francesca Sarah Toich è autrice di testi e racconti teatrali, attrice e insegnante di teatro. Considerata a livello internazionale tra i più capaci interpreti dell’opera di Dante Alighieri (nel 2005 le viene conferito il Lauro Dantesco come miglior giovane voce interprete della Divina Commedia, premio triennale riconfermatole nel 2008) ella ha già alle sue spalle la fondazione dell’associazione culturale Ubik Teatro con sede a Venezia, città dove ha insegnato Commedia dell’Arte per diversi anni a studenti e attori professionisti italiani e stranieri. In aggiunta a ciò, nel 2010, ha debuttato in veste di romanziere col titolo ‘L’ombra’ per Edizioni Mieli. Inutile sottolineare la curiosità con la quale ci approcciamo a intervistarla, intenzionati ad approfondirne la conoscenza.
Come artista, cosa esige da se stessa?
Sono sempre più vicina alla tecnologia come forma di rappresentazione del bello, del meraviglioso. Mettere a servizio la propria attorialità dentro a schemi tecnologici ha dato risultati che mi hanno davvero sorpreso a partire dal mio recente lavoro con la video arte, la collaborazione al progetto di Andrea Santini ‘Oscilla’ dove non parlo nemmeno ma muovo oggetti che producono frequenze sonore invitando poi gli spettatori a partecipare attivamente all’opera. Insomma, sono passata dal teatro classico e misticamente rigido a una nuova mentalità: video, applicazioni, modulatori, sensori applicati che muovono la propria ombra e voce in scena; è una nuova frontiera dove arte e scienza ritornano ad andare a braccetto, come accadde nel meraviglioso teatro barocco basato specialmente sulle trovate tecnologiche di macchinisti e scenografi. Persino le mie classiche letture sceniche stanno cambiando modalità: ora sto lavorando per realizzare un’edizione della Divina Commedia per iPad e iPhone che dovrebbe uscire nei prossimi mesi.
Quali sono le principali differenze che affronta approcciandosi alla scrittura di un testo teatrale piuttosto che di un romanzo?
Non moltissime. Il teatro mi ha insegnato a evitare lungaggini nella scrittura e anche la freschezza nei dialoghi. Il lavoro dell’attore implica la capacità di capire se la propria performance sta funzionando oppure no. Carmelo Bene ha molto insistito sulla ‘scrittura scenica’ e penso che sia un ottimo modo per poi approdare all’elaborazione di un romanzo.
Quali sono oggi le principali difficoltà che un artista si trova ad affrontare nella sua vita professionale?
La situazione è aberrante per la ricerca: niente fondi, politici che sproloquiano blaterando frasi come “Con la cultura non si mangia”… dimentichiamocene e torniamo all’Italia bella, pensando e riflettendo sui miracoli che hanno compiuto artisti, scienziati, scrittori e musicisti. La difficoltà è mestiere. Certo, se lo spettatore fosse più esigente, spegnerebbe la tv. A teatro, di fronte a monologhi di attori incapaci che narrano tristezze, fischierebbe, se ne andrebbe o, almeno, protesterebbe. In Italia ci sono grandi menti, costrette a vivere nascoste e selettive, per non intorpidire il proprio talento.
Cosa le ha insegnato di se stessa il teatro?
Se affrontato seriamente, è una ‘piattaforma umana’, un modo diverso anche di stare a contatto con gli altri. Il teatro dei primi anni infatti per me consisteva nel vivere per più di otto ore al giorno, in perenne contatto con attori e maestri. È come stare in barca: la capacità di odio e amore viene acuita dalla convivenza forzata.
Unitamente a impostazione e dizione, cosa tiene bene a mente quanto interpreta la Divina Commedia?
Si devono distinguere due fasi: preparazione e performance. Contrariamente al concetto di improvvisazione, che ho praticato grazie alla Commedia dell’Arte per molti anni in scena, quando leggo un testo mi preparo con meticolosità quasi ossessiva, come se dovessi scrivere uno sparito su delle parole. In effetti molti musicisti componevano sul lavoro del librettista, è una tecnica che mi piace. Suonando la voce, pare sia il modo migliore per affrontare il testo.
E poi, registratore sempre accanto, per impallidire ascoltando le prime prove e migliorare registrando, registrando, registrando. Infine, al leggio, con il pubblico, eseguo lo spartito che ho studiato, come un musicista. Dante per me, fino a ora, è il miglior ‘librettista’ sul quale lavorare.




Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.